Il Requiem di Mozart. Un mistero che attende oltre la soglia della vita
mercoledì 22 febbraio 2006
Il Requiem di Mozart è un tema spinoso, irto com’è di punti interrogativi e di interpretazioni controverse. Fissare un’opera d’arte in un’immagine precisa costituisce quasi sempre un azzardo, che gli stessi autori cercano spesso di evitare, tornando sul testo per aggiustare qualche gamba zoppa del tavolo, come diceva Verdi. Quando si tratta addirittura di dar voce a un capolavoro incompiuto, qual è il Requiem appunto, i dubbi e gli interrogativi si moltiplicano all’infinito. Incompiuto, sì, ma fino a che punto non sappiamo. Il Requiem era stato commissionato a Mozart da un nobile di provincia appassionato di musica, Franz von Walsegg zu Stuppach. Nel luglio 1791 un incaricato del conte aveva sollecitato il lavoro, ancora da portare a termine. Mozart però non
doveva cercare di conoscere l’identità del committente, per il motivo
che questi aveva la debolezza di far passare per proprie le musiche che
amava dirigere con la sua orchestra. Forse accadde proprio questo il 14
dicembre 1793, quando Walsegg eseguì per la prima volta il Requiem in
pubblico, nella Chiesa di Neustadt a Vienna, in occasione
dell’anniversario della morte della moglie. L’ipotesi però solleva
parecchi dubbi.
È difficile credere che un artista come Mozart, ben
consapevole del proprio valore e della propria posizione, abbia potuto
cedere i diritti d’autore, per così dire, di un’opera tanto importante
e tanto impegnativa. E non è neppure immaginabile che un amateur di
provincia, per quanto abbagliato dalla vanità, fosse realmente convinto
di far credere sua una musica di quel livello. Il progetto era rimasto
indietro per l’accavallarsi di impegni importanti come La clemenza di
Tito e Il flauto magico. Mozart non fece in tempo a finire la musica
del Requiem. Il 5 dicembre morì, lasciando un fascicolo manoscritto in
particella (le linee vocali e qualche sintetica indicazione musicale) e
forse altri appunti sconosciuti. La vedova, Constanze, fece in modo che
il lavoro fosse ritenuto compiuto, in modo che il committente versasse
l’onorario pattuito. In realtà Constanze mise al lavoro sul materiale
rimasto gli allievi più fedeli dell’entourage di Mozart: Joseph Eybler,
Franz Freistädler e soprattutto Franz Xaver Süßmayr. Qual è il peso del
loro lavoro, di preciso non sappiamo. Di sicuro il Requiem costituisce
un’opera di bottega, per così dire, frutto di un artigianato collettivo
caratteristico di un’epoca intera. L’epoca romantica immediatamente
successiva, forgiando l’idea del genio, impedì di venire realmente a
capo della controversa questione delle attribuzioni, offuscando la
verità per creare la leggenda. Quel che importa, però, non è la mano
che ha scritto la singola nota, ma la strategia poetica del Requiem. Di
Mozart è l’idea della morte come “sorella e amica dell’uomo”, del ciclo
eterno della rinascita, del mistero (e non della punizione) che ci
attende oltre la soglia della vita. Questo è il Requiem che parla
ancora a noi, nel nostro tempo. In ciò consiste pienamente il suo
essere un’opera di Mozart.